Pescatori rapiti: un ricatto libico per la liberazione?

Nuove scottanti rivelazioni dal caso dei 18 pescatori italiani rapiti in Libia e poi rilasciati dalla milizia del generale Haftar.

Nuovi sviluppi sul caso dei pescatori rapiti in Libia dalle milizie del generale Haftar: delucidazioni richieste dal Giornale dopo la comparsa dell’articolo di Asharq Al-Awsat, un giornale pan-arabo pubblicato a Londra, in cui si attribuiva il rilascio dei pescatori sequestrati dalle milizie del generale Khalifa Haftar ad «un accordo con l’Italia per la liberazione dei suoi pescatori in cambio di detenuti libici».

“Assolutamente NO!”. Questa la risposta perentotia dei servizi di intelligence, scritto in maiuscolo come simbolo di negazione totale della notizia.

Sembra che la contropartita offerta dal governo italiano per la liberazione dei pescherecci Antartide e Medinea siano stati  I quattro uomini condannati dal Tribunale di Catania a oltre 20 anni di reclusione per aver causato nel 2015, la morte di 49 migranti chiusi nella stiva del loro barcone – sembrano essere, fortunatamente, ancora in carcere in Italia.

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Pescatori rapiti: un ricatto libico per la liberazione? Nuovo attacco al governo italiano

Ma la notizia, seppur infondata, da il senso di come Haftar e i suoi stiano sfruttando l’ingloriosa passerella in quel di Bengasi offerta loro dal nostro presidente del Consiglio e dal ministro degli Esteri. Il giochino è evidente. Conte e Di Maio si son piegati al ricatto regalando al generale una legittimità politica che persino alleati come Russia, Egitto ed Emirati stentano ormai a riconoscergli.

Ma dal momento che hanno accettato una simile umiliazione, allora tutto può apparir vero. Persino l’illazione secondo cui avrebbero presenziato allo scambio tra i pescatori e i quattro galeotti che Haftar aveva più volte fatto intendere di voler scambiare con i nostri pescatori. Certo è una balla, ma in Libia ogni verità è relativa. E comunque vale meno della smentita di chi ha piegato il capo ad un ricatto.