Inps, un bonifico di “appena 5 euro” al ristoratore, la magra consolazione

Il racconto di una realtà assurda: tanti sacrifici, poi la riapertura e infine una nuova chiusura, e oltre al danno, arriva la beffa.

 

Se non fosse che c’è solo da piangere, verrebbe da farsi una sonora risata di fronte a quello che è successo ad un lavoratore messo in ginocchio dalla pandemia di coronavirus. E come lui, ce ne sarebbero altri che si sono visti recapitare un ‘bottino’ sul conto in banca: oltre al danno, anche la beffa.

A Roma un lavoratore ha ricevuto un bonifico dall’Inps di “appena 5 euro” con causale “integrazione al reddito Covid-19”, racconta Repubblica. Nicolò lavora come manager in un ristorante nel centro di Roma, non sa di cosa si tratta: se di un conguaglio o un anticipo. Ma è certo che quella cifra avrebbe dovuto coprire le due settimane tra il 14 e il 31 maggio. “Tanto valeva che l’Inps non pagasse niente. Da otto mesi facciamo sacrifici per tenere aperto, eppure danno la Cassa covid col contagocce e in ritardo. Adesso arrivano i contributi di maggio, per dire. Se poi le cifre sono queste, non so più cosa pensare…”, si sfoga Nicolò. “Non riusciamo a capire cosa sia questo contributo né a cosa serva”.

La cassa integrazione Covid doveva compensare fino all’80% del netto della busta paga. Ma nella realtà i primi bonifici hanno iniziato ad arrivare a metà luglio, nonostante fossero stati promessi a maggio. “Sul conto corrente Nicolò non vede mai la stessa cifra: 500 euro, 600 euro, 350 euro. L’ultimo è stato da 5 euro. Almeno una decina di suoi colleghi ha ricevuto lo stesso bonifico. In un caso addirittura il compenso è stato di 2,80 euro”.

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Inps, un bonifico di “appena 5 euro” al ristoratore, Paragone: “come può pretendere il Governo…”

Quella della Cassa integrazione è stata una odissea e una presa in giro fin dall’inizio, scrive Gianluigi Paragone in un post su Facebook. “Solo per farci accettare la domanda abbiamo impiegato più di due mesi”, racconta Andrea Loreti, proprietario dei ristoranti Buvette, Dillà, Santovino, a Roma. “Sono laureato in giurisprudenza e ho fatto l’avvocato, eppure anche per me e per i miei consulenti le clausole apparivano oscure. Il Dpcm del governo non faceva chiarezza, più volte abbiamo inviato online la nostra pratica e il sistema l’ha rimandata indietro”.

Paragone conclude il suo post con una serie di domande: “come può pretendere il governo che gli italiani, considerati i precedenti, si fidino delle loro dichiarazioni? Come può l’esecutivo privare della possibilità di lavorare se poi non vengono messe in campo misure per aiutare lavoratori e famiglie?”

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