Recovery Fund: “quello che ‘giornaloni’ e TG non vi diranno mai”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:48

Tutti sembrano essere usciti vincitori dalla firma sull’accordo Ue e il recovery fund. Ma non tutto è chiaro, a partire da quando arriveranno i soldi.

Alle 5.32 del 21 luglio è scattato un lungo applauso: il Recovery Fund era cosa fatta, l’aiuto ai Paesi piegati economicamente dal coronavirus è diventata realtà. Pacche sulle spalle e sogghigni tra i partecipanti alla riunione fiume dell’Unione Europea.

Pare non ci sia nessuno ad avere perso, dalla lunga maratona escono tutti vincenti. L’opposizione in Italia, Salvini a parte, è stata tenera con il premier Conte al quale è stata riconosciuta la costanza con la quale si è battuto contro il Mes.

“Un giorno storico per l’Italia e per l’Europa”, annuncia Conte. Ma il premier – secondo l’analisi di Gianluigi Paragone – non sta che recitando una parte, perché la realtà è un’altra. E, al contrario di quello che dicono tv e giornali di sistema, l’intesa sul Recovery Fund è una fregatura pazzesca – afferma Il Paragone.it.

“Cosa che noi diciamo da tempo e che avevamo previsto con largo anticipo. Da questa Europa, e da questo governo, non può venire nulla di buono”. L’Ue si papperà l’Italia in un sol boccone grazie alla firma del nostro presidente del Consiglio.

L’estrema sintesi è questa: i soldi arriveranno in 6 anni (e non subito, ma a partire dal 2021); degli 81 miliardi ne verseremo 55 noi ma ci diranno loro come spendere i soldi (anche quelli che noi versiamo); la differenza di 26 miliardi la riceveremo spalmata in 6 anni (se non ci saranno veti dell’Olanda); saranno loro (l’Europa) a dirci se e come spendere questi denari.

“Cominciamo col dire – continua il senatore e giornalista nel suo editoriale – intanto, che il grande accordo sbandierato da Conte prevede un taglio netto ai fondi per la Sanità, per la ricerca e pure a quelli per la transizione energetica.

La Polonia non avrà più chiare condizioni legate agli obiettivi climatici. E il meccanismo per vincolare i fondi Ue al rispetto dei diritti umani non avrà più alcun valore, perché così ha voluto Orban. Saranno 750 miliardi di debito comune: le sovvenzioni scendono a 390 miliardi (erano 500 all’inizio: ricordate quando Conte esultava per questi numeri?) e i prestiti salgono a quota 360.

Per l’Italia cresce nettamente la quota di prestiti a disposizione: da 91 a 127 miliardi secondo le stime. E gli 81,4 miliardi di sovvenzioni, teoricamente, inizieranno ad arrivare a partire dalla primavera 2021.

Recovery Fund: il freno di emergenza

I pagamenti delle diverse “tranche” dei fondi Ue saranno approvati in base alla valutazione positiva del conseguimento soddisfacente delle tappe di realizzazione degli impegni di spesa e della pertinenza degli obiettivi.

Sull’iter di approvazione dei piani nazionali, infatti, alla fine ha vinto il frugale Rutte, che ha incassato il cosiddetto “freno di emergenza”. Che vuol dire? Paragone spiega che  Bruxelles ci imporrà delle riforme e una tabella di marcia.

Se l’italia non le rispetterà, un Paese a caso dell’Unione, che magari ha qualche interesse in particolare a far schiattare la nostra economia, potrà alzare la manina e congelare l’erogazione dei fondi. Un solo Paese – ripetiamo – potrà quindi tirare il freno e bloccare per tre mesi i pagamenti. Una follia.

Risultato del pressing dei Paesi frugali. Austria, Paesi Bassi, Svezia e Danimarca cantano infatti vittoria. Anche perché loro quattro si portano a casa ulteriori sconti nella loro quota di versamenti al bilancio Ue.

La natura di questo Recovery Fund è dunque che cambia notevolmente la proporzione fra sovvenzioni a fondo perduto (“grants”), che ammontano a 390 miliardi di euro, e prestiti diretti agli Stati (“loans”), pari a 360 miliardi.

Come riporta anche Askanews, “vengono dimezzati i fondi dello ‘Sviluppo rurale’, passando da 15 a 7,5 miliardi; viene ridotto di due terzi, da 30 a 10 miliardi, il “Just Transition Fund”, che era stato molto celebrato come strumento per sostenere una “giusta” transizione energetica nelle aree più dipendenti dalle fonti fossili (fra cui, in Italia, Taranto e il Sulcis).

Subisce una lieve diminuzione, da 2 a 1,9 miliardi il programma “RescEU” per il soccorso alle aree compite da calamità naturali e sanitarie; infine vengono tagliati drasticamente i fondi Ndici per sostenere l’azione esterna, il vicinato e gli aiuti umanitari, da 15,5 a 3,5 miliardi di euro.

Persino Federico Fubini, sul Corriere, evidenzia un punto assurdo di questo Recovery Fund: “Le condizioni finanziarie sono simili, ma quelle politiche diverse: il Mes, che l’Italia per ora sta rifiutando, non richiede riforme; il Recovery Fund, che il governo non può rifiutare, ne prevede invece di molto precise.

“E vigilate da vicino”. C’è da esultare, certo! Bravo Conte, hai firmato un accordo meraviglioso. Un accordo che salverà la tua faccia, grazie anche alla stampa compiacente che non dirà tutta la verità, e che condannerà gli italiani alla fame e alla miseria – conclude Paragone.

Con questo Recovery Fund l’Italia ha ipotecato il futuro delle prossime generazioni. Ora più che mai è importante spingere per la sola battaglia vera da vincere: l’Italexit.

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