Israele blocca la Flotilla: il racconto dell’inviato del Fatto Quotidiano a bordo

È buio, ma il mare non dorme: una scia di luci taglia il Mediterraneo orientale e un barcone lento, il Ksar Sadabad, vibra sotto i passi di chi attende. A bordo, l’inviato del Fatto racconta la notte in cui la Flotilla viene stretta d’assedio. Non ci sono eroi, solo corpi svegli, parole sussurrate in radio e il tempo che ingoia chilometri d’acqua.

Siamo a tarda sera del 18 maggio. Il Ksar Sadabad, barcone turco con bandiera britannica, fa parte della Global Sumud Flotilla. L’obiettivo dichiarato è portare aiuti, testimonianza, pressione morale verso Gaza, superando il blocco navale israeliano. Le onde sono corte, l’aria sa di gasolio. Alessandro Mantovani, inviato del Fatto Quotidiano, descrive l’attimo in cui tutto si fa vicino: voci sul canale VHF, punti bianchi che crescono all’orizzonte, il sospetto che l’intercettazione sia ormai questione di minuti.

Intorno, altri equipaggi già fermati. La marina israeliana procede come d’abitudine: chiamata, invito a cambiare rotta, poi avvicinamento. I gommoni corrono bassi, i fari aprono tunnel di luce. “Tra poco toccherà anche a noi”, è la frase che attraversa il ponte come una corrente elettrica. Nessuno fa gesti teatrali. Si sistemano i documenti, si contano i giubbotti, si chiudono gli zaini.

Cosa sappiamo finora

Orario e area: la notte tra il 18 e il 19 maggio, in acque del Mediterraneo orientale. La rotta non è resa pubblica in ogni dettaglio per ragioni di sicurezza. Non ci sono indicazioni verificate sul punto esatto dell’abbordaggio.

Procedura: Israele, che mantiene dal 2009 una chiusura marittima dichiarata su Gaza, intercetta le imbarcazioni dirette verso l’enclave e le scorta (o rimorca) di norma verso il porto di Ashdod. Segue identificazione degli attivisti, sequestro del carico e possibili rimpatri. Le tempistiche variano caso per caso.

Situazione a bordo: da quanto riferito, gli equipaggi mantengono condotta non violenta. Al momento della stesura non risultano dati confermati su feriti o arresti tra i membri della Flotilla di cui fa parte il Ksar Sadabad.

Il quadro legale è conteso. Israele rivendica il diritto di far rispettare il blocco anche oltre le 12 miglia, secondo le regole del conflitto in mare. Organizzazioni umanitarie e giuristi contestano la misura come sproporzionata e punitiva verso i civili. Il precedente più noto resta il 2010, con l’assalto alla Mavi Marmara e nove attivisti uccisi: da allora ogni partenza accende subito memorie, paure, posizioni contrapposte. Anche stavolta, il lessico è quello di sempre: sicurezza, deterrenza, diritti, corridoi umanitari. Cambiano i nomi delle barche, non le domande.

Le domande aperte

Dove avviene l’abbordaggio? Se in acque internazionali, la discussione si fa più accesa. Ma senza coordinate verificate, resta un punto sospeso.

Che cosa trasportano le navi? Se aiuti civili documentati, perché non ispezionarli e instradarli? Se l’accesso resta bloccato, come si garantisce il flusso di beni essenziali in una crisi prolungata?

Qual è il limite tra ragione di sicurezza e diritto di passaggio? E chi lo fissa, nel silenzio di una notte senza testimoni, se non gli stessi attori in campo?

Sul ponte, intanto, niente retorica. Solo dettagli minimi: tazze di tè fredde, telefoni che perdono campo, il legno che scricchiola. L’inviato guarda la prua, poi il cielo. Sa che il racconto non cambia i fatti, ma impedisce che scivolino via. E a noi, da terra, resta un dubbio semplice: quando il mare è più largo delle leggi e più stretto delle coscienze, dove si colloca la linea giusta da non oltrepassare?