<p><strong>Rosalia Pipitone fu uccisa all&#8217;età di 25 anni perché aveva avuto il coraggio di separarsi e di sfidare il padre padrone mafioso.</strong></p>
<p><img class="aligncenter size-large wp-image-93715" src="https://www.chenews.it/wp-content/uploads/2020/09/lia_e_alessio_collage-1_censored-1024x714.jpg" alt="Rosalia Pipitone" width="696" height="485" /></p>
<p><strong>Lia Pipitone morì a 25 anni</strong>, <strong>uccisa per conto dello stesso padre</strong>. La sua colpa per la mafia era quella di essere una ragazza troppo ribelle, non convenzionale ai valori della &#8216;famiglia&#8217;. Suo padre Antonino era un uomo di Cosa Nostra, fedelissimo di <strong>Totò Riina</strong>. Fu ucciso anche il cugino di Rosalia, <strong>Simone</strong>, si diceva che i due si amassero di nascosto e che la ragazza lasciò il marito per lui. Simone fu costretto a buttarsi dalla finestra del quarto piano dopo avere scritto un falso biglietto di addio: <em>&#8220;mi uccido per amore&#8221;.</em></p>
<p>Storie che ricordano il Medioevo eppure non così lontane dal nuovo millennio, erano gli anni &#8217;80 e la mafia si era persa per strada, non esistevano più i valori sanciti col sangue per i quali bambini e donne non andavano toccati. <strong>Erano i tempi delle stragi</strong> di Falcone e Borsellino, dei bambini sciolti nell&#8217;acido. Della morte di Lia, appunto.</p>
<p>Rosalia morì a Palermo crivellata da una decina di colpi di pistola: era il 23 settembre del 1983. Il padre disse: “Meglio morta che separata”.</p>
<h2>“Meglio morta che separata” Così un padre mafioso uccide la figlia: dovevano fingere una rapina</h2>
<figure id="attachment_92057" aria-describedby="caption-attachment-92057" style="width: 790px" class="wp-caption aligncenter"><img class="wp-image-92057 size-full" src="https://www.chenews.it/wp-content/uploads/2020/09/lia-pipitone-6-1042504.jpg" alt="" width="800" height="586" /><figcaption id="caption-attachment-92057" class="wp-caption-text">lia pipitone e il fidanzato che divenne suo marito</figcaption></figure>
<p>La sera del 23 settembre 1983 tutta Italia parlava di quella rapina finita nel sangue. Due mafiosi rubarono l&#8217;incasso di una farmacia, poi spararono ad una donna, era Rosalia Pipitone: missione compiuta. Nessun Corleonese gridò allo scandalo della figlia di un boss uccisa, segno che tutti sapevano e avevano dato il loro benestare.</p>
<p>Lia non aveva mai voluto sottostare alla autorità del padre: già da ragazzina scappò con il fidanzato che poi divenne suo marito ma il padre mafioso mandò due energumeni a prenderla per riportarla a Palermo. Poi è nato suo figlio Alessio. Nel frattempo il suo rapporto con il cugino, <strong>Simone Di Trapani</strong>, diventa oggetto di maldicenze. Quando Rosalia lascia il marito, tutti danno la colpa a Simone. Suo padre le sputò in faccia: <strong>&#8220;Meglio morta che separata&#8221;</strong>. E così fu.</p>
<p>Nino Pipitone non venne mai condannato per l&#8217;omicidio della figlia ma fu lui a dare l&#8217;approvazione a <strong><a href="https://www.chenews.it/2020/09/08/giuseppe-fanara-boss-ingoia-dito/">Nino Madonia che aveva deciso di punire quella ragazza</a></strong> troppo ribelle. Furono presi e condannati a 30 anni di carcere solo gli esecutori di quell&#8217;omicidio, Vincenzo <strong>Galatolo e Antonio Madonia. </strong>Il padre di Lia è morto, il nipote Alessio, figlio di Lia, ha scritto un libro: Se muoio sopravvivimi&#8221; e ha fatto riaprire il caso 29 anni dopo i fatti di Palermo. Ma il padre mafioso non verrà mai punito.</p>