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<p><strong>Nessuno al Pronto Soccorso di Pordenone si era accorto della gravità del suo malessere, un uomo di 77 anni muore dopo 5 tentativi di essere curato. La denuncia della figlia.</strong></p>
<p><img class="aligncenter wp-image-78329 size-full" src="https://www.chenews.it/wp-content/uploads/2020/07/PORDENONE2.jpg" alt="" width="1280" height="840" /></p>
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<p>Morire di malasanità. Perchè nessuno ha avuto l&#8217;accortezza di interessarsi sul serio a lui. E&#8217; inamissibile morire perchè al Pronto soccorso ti dicono che &#8220;va tutto bene&#8221;. <strong>Marcello Gregolin</strong>, 77 anni, al Pronto soccorso è andato, non una ma cinque volte prima che qualcuno gli dicesse che quel malessere che via via era peggiorato, non era una sciocchezza, ma un <strong>tumore </strong>che gli aveva devastato il corpo con metastasi diffuse.<strong> </strong></p>
<p><strong>Marcello è morto</strong> dopo un’odissea infinita alla ricerca di un medico che gli facesse una diagnosi. Non chiedeva altro che una diagnosi. Ma non è stato accontentato e se ne è andato tra l&#8217;indifferenza di alcuni medici.</p>
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<p><strong>A raccontare</strong> la storia triste e vergognosa del pensionato è<strong> la figlia Ilenia</strong>, munita di un fascicolo colmo di carte con le varie dimissioni dal Pronto soccorso di Pordenone, referti medici, analisi ed esami.</p>
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<p>Dal 14 aprile scorso, primo accesso al Ps, è dovuto trascorrere un mese e mezzo prima che si decidessero a fargli una vista neurologica, dalla quale secondo i medici non era emerso nulla, e lo trasferissero il primo giugno al Policlinico San Giorgio dove non c&#8217;erano malati Covid.</p>
<p>Solo in quella struttura privata un medico ha deciso che bisognava fargli una tac e una risonanza con contrasto; esami che hanno evidenziato <strong>masse alla schiena</strong>. Poi il trasferimento all’ospedale di Udine, l’intervento chirurgico e le parole di uno specialista che fanno capire alla figlia che se lo avesse portato prima al Santa Maria della Misericordia <strong>ci sarebbe stata qualche speranza.</strong></p>
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<p>E ancora la radioterapia a Udine, il ricovero al Cro e infine l’ultimo viaggio alla Via di Natale, dove se n’è andato per sempre. «<em>Continuo a chiedermi: si poteva salvare se avessero fatto subito quello che dovevano»</em>, si domanda la figlia Ilenia.</p>
<h2>Cinque volte al Pronto soccorso, sempre dimesso, poi muore: la lunga odissea</h2>
<p><img class="aligncenter wp-image-78331 size-full" src="https://www.chenews.it/wp-content/uploads/2020/07/PORDENONE.jpg" alt="" width="800" height="631" /></p>
<p>La figlia di Marcello Gregolin, Ilenia, ripercorre gli ultimi mesi di vita di suo papà. <em>«Il 14 aprile accusa un dolore toracico molto forte, va al Pronto soccorso, gli fanno un elettrocardiogramma, esami del sangue quindi gli dicono che è tutto a posto e lo mandano a casa. </em></p>
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<p><em>Nel frattempo continua a peggiorare, tanto che spesso la notte mi precipitavo dai miei per dare una mano. Il 6 maggio torna al Ps per un forte dolore irradiato alle braccia, che poi prende anche la schiena e il torace. Elettrocardiogramma, esame del sangue e di nuovo a casa. </em></p>
<p><em>L’8 maggio &#8211; </em>continua Ilenia<em> &#8211; torna al Ps perchè il dolore è sempre più insopportabile: elettrocardiogramma, esami e torna a casa. Per i medici del Santa Maria degli Angeli è tutto a posto. Ritorna il 21 maggio e poi ancora il 30 maggio perchè il dolore è sceso fino ai polpacci e segnala una sensazione di <strong>gonfiore al petto</strong> <strong>che viene descritto come addominale. </strong></em></p>
<p><em>Stava perdendo l’uso delle gambe &#8211; </em>prosegue Ilenia<em> -. E peggiora, sta sempre più male ma nemmeno il medico di base che sostituisce il suo gli dà ascolto. Il primo giugno non cammina più e viene portato con l’ambulanza al Ps, lamenta ancora un dolore diffuso al petto. </em></p>
<p><em>Gli fanno una visita neurologica mentre io come al solito aspetto fuori. Dopo 5 ore viene da me il medico che mi dice che papà è un caso strano, che non riescono a capire. Nel referto scrivono che aiutato riesce a camminare. Ma non riusciva nemmeno a muoversi. E la notte stessa lo trasferiscono al Policlinico San Giorgio».</em></p>
<p>Il medico che accoglie Gregolin ha in mano il referto dei colleghi del Santa Maria degli Angeli quando telefona proprio a loro e chiede spiegazioni, <em>«visto che era evidente che mio papà non riusciva ad alzare la gamba o il ginocchio, come invece avevano scritto». </em>Ed è solo in quel momento che al Policlinico decidono di fargli immediatamente una tac e una risonanza con contrasto.</p>
<p>Il 3 aprile la diagnosi: masse alla schiena, ma non si sa dove il tumore sia nato. <em>«Il medico fa partire in emergenza il papà in Unità spinale a Udine &#8211; ricorda Ilenia -. <strong>Qui ci dicono che sono metastasi, diagnosi che sente anche il papà perchè è sulla barella.</strong> Viene riportato a Pordenone in Degenza breve. </em></p>
<p><em>Allora decido di chiedere un consulto privato a uno specialista e grazie a lui gli viene fatto un esame istologico. Il medico di Pordenone dice che la situazione è grave, bisogna riportarlo in unità spinale a Udine». </em>Ma passano i giorni e il 77enne non viene trasferito. Ilenia decide di contattare il primario di Udine e il 9 giugno finalmente il papà torna al Santa Maria della Misericordia dove viene subito operato, quindi fa radioterapia e poi viene ricoverato al Cro.<em> Ma le sue condizioni peggiorano sempre più e il 13 luglio muore alla Casa Via di Natale. <strong>«Poteva essere salvato? Poteva vivere di piu?».</strong></em></p>
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