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<p><strong>E&#8217; possibile essere licenziati a causa di un uso scorretto dei canali social. Un post su Facebook ha fatto scattare il licenziamento per più persone di quanto si creda. Le parole dell&#8217;esperta</strong></p>
<figure id="attachment_38299" aria-describedby="caption-attachment-38299" style="width: 686px" class="wp-caption alignnone"><img class="wp-image-38299 size-large" src="https://www.chenews.it/wp-content/uploads/2019/12/GettyImages-1187271004-1-1024x683.jpg" alt="Donna che piange" width="696" height="464" /><figcaption id="caption-attachment-38299" class="wp-caption-text">Donna che piange (Getty Images)</figcaption></figure>
<p>Capita più spesso di quanto si possa pensare: le esternazioni dei dipendenti postate su social come <strong>Facebook</strong> o <strong>Twitter</strong> possono davvero mettere nei guai il <strong>posto di lavoro</strong> di una persona. Uno dei casi che è arrivato all&#8217;attenzione dei media è stato quello di <strong>Clemmie Hooper,</strong> nota &#8220;<strong>momfluencer</strong>&#8221; su <strong>Instagram</strong>, che si è autodenunciata per aver insultato e denigrato pubblicamente le sue rivali sui social utilizzando degli account fake.</p>
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<p>Vediamo cosa le he successo: &#8220;All’inizio di quest’anno — dice — sono venuta a conoscenza di un sito web che conteneva migliaia di commenti negativi su di me e sulla mia famiglia. Leggerli mi ha fatto male e mi ha influenzato molto di più di quanto non avessi capito in quel preciso istante&#8221;.</p>
<p>Questo l&#8217;ha portata a &#8220;ricambiare il favore&#8221; e ad offendere pubblicamente quelle che considerava essere sue &#8220;nemiche&#8221;. Ad un certo punto però, la <strong>Hooper</strong> ha deciso di autodenunciarsi e di chiudere e cancellare tutti i suoi account social per poi arrivare a chiedere al Consiglio infermieristico ed ostetrico del Regno Unito di non esercitare mai più la professione.</p>
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<p>Anche in Italia si riscontrano dei casi celebri di persone che hanno avuto guai dopo aver manifestato la propria opinione sui social. E&#8217; il caso di <strong>Tommaso Casalini</strong>, vice allenatore della squadra giovanissimi del<strong> Grosseto</strong>, che sulla propria bacheca Facebook aveva rivolto insulti alla <a href="https://www.chenews.it/2019/04/19/roma-fridaysforfuture-greta-thunberg/">sedicenne Greta Thunberg, attivista ambientalista svedese</a>. Di lì a poco arriva la notizia del <a href="https://www.chenews.it/2019/09/30/grosseto-licenziato-vice-allenatore-greta-tumberg/">licenziamento in tronco da parte del club del</a> Grosseto calcio: &#8220;Per comportamento non consono alla linea tracciata dalla società che punta sui valori morali prima ancora che su valori tecnici&#8221;.</p>
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<h2>Ho perso il lavoro dopo un post su Facebook. È corretto? Scopriamo l&#8217;opinione di Virginia Mantouvalou</h2>
<figure id="attachment_38300" aria-describedby="caption-attachment-38300" style="width: 686px" class="wp-caption alignnone"><img class="wp-image-38300 size-large" src="https://www.chenews.it/wp-content/uploads/2019/12/GettyImages-1186745210-1-1024x683.jpg" alt="Donna disperata sul posto di lavoro" width="696" height="464" /><figcaption id="caption-attachment-38300" class="wp-caption-text">Donna disperata sul posto di lavoro (Getty Images)</figcaption></figure>
<p>Ad occuparsi del problema è stata <strong>Virginia Mantouvalou</strong>, professoressa specializzata in diritti umani e diritto del lavoro all’University College London, che ha scritto un lavoro accademico dal titolo: &#8220;Ho perso il lavoro dopo un post su Facebook. È corretto?&#8221;.</p>
<p>Secondo la professoressa &#8220;I datori di lavoro non dovrebbero avere il diritto di censurare le opinioni e le preferenze morali, politiche e di altro genere dei loro dipendenti anche se causano danni agli affari… Il problema però è che i tribunali non hanno familiarità sulla materia dei social e che queste piattaforme, essendo online, sono spazi che diventano praticamente pubblici&#8221;.</p>
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<p>Poi prosegue: &#8220;La natura del lavoro assunto e le dimensioni dell’azienda sono fattori importanti che devono essere presi in considerazione nella valutazione del danno della reputazione al datore di lavoro. Ma il datore di lavoro non è un giudice della moralità dei suoi dipendenti&#8221;.</p>
<p> ;</p>

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