Saad Sherida Al-Kaabi (Getty Images)

Il Qatar annuncia a sorpresa la decisione di uscire dall’Opec per concentrare gli investimenti sull’industria del gas. Alla base dissidi crescenti con gli altri produttori di petrolio 

La notizia è destinata ad avere riflessi non solo economici ma anche e soprattutto geopolitici. Per aggirare l’embargo cui è sottoposto dai paesi del Golfo Persico e dell’Arabia Saudita, a decorrere dal 1° gennaio del 2019 il Qatar ha annunciato l’uscita dall’Opec, l’organizzazione che riunisce i maggiori produttori di petrolio del mondo e da sempre egemonizzata dalle cosiddette monarchie del Golfo dove sono stoccate le maggiori riserve dell’oro nero. Una decisione arrivata a sorpresa, giusto tre giorni prima del summit dell’Opec che dovrà decidere, insieme alla Russia ed agli altri alleati, un ulteriore taglio della produzione giornaliera di barili dopo che il prezzo del greggio è crollato di un terzo nel giro di un mese.

Come puntualizza il Ministro qatariota dell’Energia Saad Al Kaabi, tale svolta è motivata dalla volontà di reindirizzare gli investimenti sull’industria del gas implementandone la produzione da 77 a 100 milioni di tonnellate all’anno. Un target che riposizionerà il Qatar tra i maggiori produttori di gas naturale del mondo, il più pulito tra i combustibili di origine fossile.

Qatar fuori dall’Opec, è l’inizio di una nuova guerra del petrolio?

Eppure, nonostante nel comunicato ufficiale non si faccia cenno alle tensioni con gli altri Paesi del Golfo Persico, è evidente quanto questa mossa strategica della monarchia qatariota rifletta i rapporti non idilliaci con gli altri produttori petroliferi, in particolare con l’Arabia Saudita, principale partner degli Usa nella scacchiere mediorientale e per questo costretta in certo qual modo ad assecondare le richieste del potente alleato statunitense. Non a caso nella spinoso affaire “Khashoggi”, il dissidente saudita ammazzato nel consolato dell’Arabia Saudita di Istanbul, al di là delle dichiarazioni ufficiali di condanna del misfatto, proprio gli Usa si sono mostrati i più scettici sull’ipotesi di un coinvolgimento del principe ereditario Mohammad bin Salman Al Sa’ud nell’organizzazione della trappola mortale ai danni di Khashoggi. La partita, ovviamente, è tutta economica, a Donald Trump, arrivato alla Casa Bianca anche grazie ai voti della lobby petrolifera, interessa che si tagli ulteriormente la produzione petrolifera per aumentare il prezzo del greggio.

Infatti solo con un prezzo al di sopra dei 50 dollari lo shale oil, il petrolio ricavato dalla fratturazione idraulica delle rocce di scisto che in quest’ultimi anni ha garantito agli Usa l’autosufficienza energetica, riesce ad essere competitivo sul mercato. Ecco perché sicuramente non tarderà la risposta dell’Opec e soprattutto quella degli Usa. Il prologo, forse, dell’ennesima guerra del petrolio.

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